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REDAZIONE: RUNNING CLUB MARATONA DI ROMA

 09 Giugno 2016

Associazione culturale “Anabasis”
Via Donatello, 75
Roma
OGGETTO: Comunicato a seguito del Convegno “Istituzioni, istruzione e sport” Il presidente dell’associazione “Anabasis”, Merico Cavallaro, comunica che il giorno 22 aprile 2015 si è svolto il Convegno “Istituzioni, istruzione e sport”, iniziativa che intendeva fornire un’occasione per la presentazione e il confronto tra istituzioni pubbliche, associazioni e privati per illustrare le possibilità e i limiti nell’educare allo sport e nel preparare all’educazione sportiva e non solamente praticare lo sport.
Si ringraziano l’Unione Nazionale Veterani dello Sport per la concessione del patrocinio all’iniziativa nonché l’VIII Municipio di Roma sia per il patrocinio che per la disponibilità della Sala consiliare in cui si è tenuto il Convegno.
Lo sport non va visto solo sotto l’ottica del divago (termine dal quale deriva proprio la parola “sport”, che mutua da francese e inglese “deport”, cioè “diporto” o “divago”) ma sottoaspetti più ampi che implicano la conoscenza di elementi in materia di medicina e igiene oltre a cogliere i più immediati sentimenti comuni di solidarietà, socievolezza, fair play e quanti altriconcorrono alla formazione di una coscienza comune.
Sin dalle origini lo sport ha avuto alla sua base una pluralità di significati di alto livello essendo lo sport vero e proprio nato intorno a celebrazioni religiose o commemorazioni in onore di grandi personaggi, cose delle quali ci testimonia Omero nelle sue opere e ancor prima le pitture murali dei palazzi cretesi. Questi caratteri trovano il loro apice con i vari giochi ellenici e in particolare con quelli di Olimpia: la sacralità che essi avevano richiedeva la cessazione delle ostilità tra gli elleni che ritrovavano intorno al sacro fuoco di Olimpia il rispetto per la loro fratellanza.
Questo particolare “potere” dei giochi non venne più colto né presso i romani (che preferirono maggiormente altri tipi di spettacoli agonistici) né successivamente nell’età cristiana (che addirittura l’avversò considerando l’attività fisica come esaltatrice pagana del corpo mortale).
Le istituzioni hanno determinate competenze a vario livello e la loro disponibilità è legata a questioni di spesa pubblica e questo si ripercuote sia nella realizzazione di manifestazioni quanto in quella della gestione delle strutture per la pratica dello sport, quanto in quella dell’educazione allo sport. In particolare sono le istituzioni più vicine al cittadino, come i piccoli comuni o le circoscrizioni, che si trovano a lui maggiormente collegate. Le difficoltà tanto spesso possono essere diverse, specialmente quando si devono collegare enti diversi per collaborare a progetti o richieste che riguardano una vasta parte della popolazioni.
Praticare lo sport è salutare per tutta una serie di motivi che vanno oltre il semplice stare bene e il tenere “a puntino la macchina” perché si vanno a toccare argomenti oggetto dell’ortopedia, dell’igiene, della psicologia, questioni normative che non riguardano i soli regolamenti sportivi, elementi socio-culturali, ecc.. Per questo è bene che, se si vuol sviluppare adeguatamente una coscienza sportiva, si approfondisca lo studio in quei diversi ambiti almeno per coloro che un giorno saranno atleti professionisti, educatori, responsabili, affinché a loro volta possano trasmettere il frutto della loro preparazione e operare nel miglior modo possibile nella formazione di sportivi che in una forma più o meno impegnata si dilettano di sport.
Se dal punto di vista medico in generale e da quello sociologico è evidente l’influsso di questi ambiti nello sport, dal punto di vista psicologico non lo è stato fino a tempi recenti e comunque non si dà la giusta importanza ad esso.
È evidente che nello sport, e questo emerge in particolare nelle attività che richiedono resistenza, l’elemento “testa” è importantissimo. Ad esempio, lo è per una maratona, ma non se ne comprende realmente l’importanza per una gara più breve e questo è sbagliato perché un atteggiamento incapace di curare tutti gli aspetti nella preparazione non può dare una prestazione adeguata e meritoria agli intenti e delle possibilità dello sportivo. Ogni attività per essere svolta nella maniera più proficua e per essere gestita al meglio ha bisogno della capacità dell’individuo di concentrarsi al fine di gestire le proprie risorse, sia tecniche che più propriamente energetiche.
Perciò acquisire una capacità di rilassarsi e concentrarsi è importantissimo e per questo sono nate diverse scuole di training. Sottolineiamo i due aspetti del sapersi rilassare e concentrare perché sono
due fasi distinte e da curare allo stesso modo, come ad esempio rilassarsi rispetto all’ambiente, per non sentire la pressione, per avere una muscolatura rilassata, e concentrarsi per coordinare i
movimenti in una successione rapida e contemporaneamente esplodere violentemente tutta la potenza.
Praticare lo sport è conoscere se stessi e i propri limiti ma anche sapere se tali limiti possono
essere allargati o abbattuti o se risultano essere relativi a determinate attività. Lo sport può portare a comprendere la relatività delle limitazioni fisiche ma prima di tutto ci fa comprendere che noi
creiamo dei limiti o barriere che sono mentali, date dalla nostra limitatezza di pensare le differenze come esclusioni, ma siamo noi, con la nostra pigrizia mentale, ad ex-cludere, cioè a “chiudere fuori”, chi riteniamo diverso da noi perché non ha, ad esempio, la nostra stessa capacità di fare determinate cose che interessano a noi, perché (nel nostro egoismo) solo facendo insieme le cose che c’interessano si viene a creare una simpatia. Non esiste un “punto zero” oltre il quale, da una parte e dall’altra, si può parlare di “normale” e “non-normale” e, prima ancora, cosa è questo “normale” come e da chi è definito e in base a quali criteri? Quello che diciamo “normale” lo stabiliamo noi e allo stesso modo stabiliamo il “non-normale”. Chiariamo il discorso con un banalissimo esempio tratto dall’architettura: siamo noi che creiamo i gradini eppure sappiamo bene che rappresentano un ostacolo e a volte anche un pericolo (per persone diversamente abili, per bambini, anziani e persone che hanno subito fratture e traumi, quindi danni momentanei, ecc.), ma pur essendone consapevoli non pare che adottiamo soluzioni per eliminare o limitare queste barriere e continuiamo a fare gradini (e continuiamo a mettere pedane posticce e antiestetiche, rovinando anche l’architettura). La soluzione per l’abbattimento delle barriere mentali passa necessariamente attraverso un cambio dei costumi, cioè dell’atteggiamento, e quindi, conseguentemente, del modo di pensare da parte dell’opinione pubblica che tende a vedere in una persona che ha un aspetto diverso, a causa di una menomazione fisica o per un fattore estetico, come un “diverso”, un individuo che non ha le capacità di una persona “normale”. Quello dell’esclusione delle persone che presentano problemi è una grave deficienza morale ed educativa che per quanto concerne le istituzioni possiamo dire in parte risolto mentre nell’ambito familiare molti genitori tendono ancora ad avvertire i propri figli che individuo “non normale” si potrebbe fare male o gli potrebbe capitare qualcosa di peggio e, quindi, rovinare il divertimento. Qui mi permetto di parlare per esperienza personale: avendo subito da bambino un gravissimo incidente con postumi di una certa rilevanza, ero oggetto di esclusione.
L’educazione allo sport assume un particolare rilievo se si riveste, come dovuto, di un portato etico. “Come dovuto” perché lo sport per avere veramente una funzione sociale e per avere significati per
lo stesso individuo, essendo attività che mette in relazione individui diversi e incide su abitudini (ethoi), non è possibile non considerarlo senza la sua funzione etica. Questa del porre in relazione
individui diversi, società e comunità diverse è quel fondamento che nella società ellenica ha fatto nascere lo sport nella maniera più elevata, solenne, religiosa. Per dare una dimensione più vicina a
noi di questi concetti usiamo una terminologia inglese che riassume una serie di comportamenti: fair play. Il fair play, “gioco leale”, non è solo il nome di una benemerita del C.O.N.I. ma un modo
di pensare pervasivo di attività ed atteggiamenti, una filosofia una concezione etica, che è stata presa a guida dal mondo dei veri sportivi (e ricordiamoci che i grandi sportivi sono un esempio
soprattutto per i giovani, perciò sono essi i primi che devono osservare una condotta etica esemplare, in campo e fuori). Il fair play sprona ad una serie di atteggiamenti positivi e ad una lotta
contro altri atteggiamenti e speculazioni. Per quanto agli atteggiamenti positivi cui spinge, innanzitutto sopperisce a quelle fallacie della società odierna di stimolare comportamenti etici che si
allargano oltre il rapporto tra sportivi e intende permeare anche ogni fase della gestione dello sport, dalle attività delle associazioni, alle società, agli enti e alle manifestazioni sportive, mantenendo,
inoltre, una continua lotta alla corruzione, all’imbroglio, al doping e alla commercializzazione eccessiva dello sport.
                                                                                                                                                                                                                                                                                         Roma, 22 aprile 2016
                                                                                                                                                                                                                                                                                                     Anabasis
                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Il presidente
                                                                                                                                                                                                                                                                                         Dott.Merico Cavallaro

La mia prima …. sotto le 4 ore!!!!!

Sottotitolo: “”“Lettera ad una innamorata”””
Cara, tesoro…….finalmente sei arrivata!!!!.
Sì, non vedevo l’ora che arrivasse il 10 aprile, quanto tempo ad aspettarti. Quante mattine mi sono svegliato presto per prepararmi a questo appuntamento, il buio, il freddo, il vento dell’inverno ……….quanti sacrifici a tavola, quanti rifiuti agli inviti a cena o alle serate con amici….finalmente sei arrivata. Dopo le 4 ore e 9 secondi dell’anno scorso quest’anno avevo un solo obiettivo: 3h,59’,59”. Cosa cambia???? Tutto cambia!!! E’ il premio a tanti allenamenti, a tante domeniche passate in strada per fare le gare (perché tutte servono per la maratona), tante domeniche passate a fare i lunghi (perché quelli sì che servono per la maratona) e tante domeniche, di contro, in cui non sei andato a vedere tuo figlio che gioca e, quindi tua moglie, un po’ borbottando ed un po’ orgogliosa (perché vede che quest’anno sei più determinato del solito), asseconda le tue decisioni. A loro due voglio dedicare questo risultato che, per molti non rappresenta granchè e, magari, lo farebbero anche senza tutti questi sacrifici, ma per me è importantissimo.
Sveglia presto, alle 5,30, anzi prima, alle 4,30 apro gli occhi, un po’ per paura che non suoni la sveglia ma soprattutto perché “”…sento la gara””. Che faccio?? Mi alzo???? No, aspetto è troppo presto….comunque non riprendo sonno. Allora??? Ok, mi ripasso il percorso….soprattutto mi ripasso i tre mesi di allenamenti intensi appena trascorsi almeno per verificare se ho fatto tutto quello che bisognava fare: fatti i lunghi?? fatti i medi?? fatte le ripetute??? quest’ultima settimana ho mangiato le giuste quantità di carboidrati??? Fatto tutto!!! Bene, mi tranquillizzo, sono sereno sono determinato. Ottimo sono quasi le 5,30, sveglia si parte, faccio colazione almeno 3h,30’ prima, carboidrati, proteine….pochi zuccheri….ottimo… c’è tutto. No, aspetta, il caffè; questo è quasi un rituale, le mie prime maratone mi fermavo al bar a prenderlo con Maurizio (…il maestro!!!), ma quest’anno non c’è, allora me lo preparo a casa. Vai, si parte, ci siamo.
Alle 7,50 già sono in gabbia, al mio fianco un angelo custode, Giovanni (….il guru!!!), quest’anno ha deciso di accompagnarmi…..anche lui ha preso a cuore la mia causa…..scendere sotto le 4 ore.
Eccomi, sono in gabbia, ora la tensione è al massimo, il GPS acceso, il segnale catturato, la pipì fatta (dalla sveglia l’avrò fatta almeno sei volte…..basterà!!), si parte alle 8,51. No, lo speaker (il mitico Ludovico sempre presente) avvisa che le partenze verranno posticipate di 5 minuti, non so il motivo, ma non mi interessa oramai sono lì, qualche parola con i vicini qualche battutina per far vedere che non sei teso ma non è così, la tua testa è impegnata a pensare a quelle parole, come quali??? Ma come, le parole del mio coach!!! Ah, non ve l’ho detto??? Quest’anno mi sono allenato molto, anzi tantissimo, con il mitico Costantino, una istituzione per noi runners romani, un esempio, io lo chiamo coach anche se è prima di tutto un amico…….(però a lui fa piacere quando lo chiamo coach). Tra le tante cose che mi ha detto quest’anno, nei vari allenamenti, le ultime indicazioni sono state, “”non partire forte, cerca di metterti subito regolare, dopo i primi 3-4 chilometri cerca di trovare la tua andatura”””. Vabbè un classico, cose logiche, elementari. Vi assicuro non è così!!! Si parte, le gambe vanno, stai bene, guardi il GPS, l’andatura è veloce, vabbè dai sono i primi chilometri, solo per toglierti dall’ingorgo. No, aspetta, non esagerare!!!
Ecco, la parte più importante della maratona ha il sopravvento: le gambe??? No, quali gambe, la testa!!! Un altro classico: la maratona è tutta testa. Lo sappiamo tutti, e allora dobbiamo ascoltarla. Quest’anno, l’ho già detto, sono determinato, oramai posso dire di essere un runner esperto, sono alla mia 13^ maratona (8^ a Roma), quest’anno non mi faccio prendere da nessuna frenesia, non voglio seguire le gambe, non voglio, come dicono molti, mettere fieno in cascina perché tanto poi si  amministra. Non è così. Per me questo ragionamento non vale, per me vale essere regolare. Non è una decisione così elementare ed automatica, ci sono arrivato dopo tante maratone, tante esperienze, tanti, troppi muri. Negli anni ho spostato solo l’arrivo del “””muro”””,  siamo passati dal 30° al 34° chilometro, però non abbiamo cambiato l’esito finale della gara. Quest’anno sono determinato, voglio cambiare il risultato finale della gara. Le gambe hanno fatto tutto quello che dovevano fare fino a questo momento, oggi lavora la testa. Ottimo, mi metto quasi subito all’andatura giusta, però che fatica, gestire è quasi più faticoso che andare veloci, però quelle parole mi risuonano nella testa, non partire forte, cerca di metterti subito regolare…..mi risuonano anche nelle orecchie, sono le parole di Giovanni, il mio angelo custode, che mi corre al fianco, aspetta non avere fretta, mi dice, dopo il 30° vediamo come stiamo. Ottimo, sono determinato, sono concentrato dopo il 5° chilometro non guardo più l’orologio, sono regolare, vado, mi godo la gara, la folla, il tifo, la strada. Che bello, giornata splendida temperatura ottima, eccomi a Testaccio, al 10° chilometro il mio primo rifornimento, ho saltato quello del 5° perché è sempre troppo affollato e, perché, comunque, l’esperienza mi dice che me lo posso permettere, sarà l’unico che salterò insieme a quello del 40° chilometro. Bevo, che fatica bere quando non hai voglia ma serve, servirà (quando hai sete è troppo tardi per bere!!!, un altro classico). Tutto vero. Dai, forza, giro al mercato di Testaccio, prendo via Galvani ed eccolo, l’ennesimo rito, un classico, l’incontro con il mitico Ugo, lui non corre, tutti gli anni è lì a quell’angolo di strada ed incita tutti ma quando vede uno con la canottiera della nostra squadra è fiero, è felice, è orgoglioso e il suo incitamento è fondamentale, è importantissimo, grande Ugo!!! Ok, ci siamo ecco il Lungotevere oramai siamo regolari, i passaggi sono ottimi, alla mezza maratona passiamo regolari, forse qualche secondo prima, bene, ci siamo le gambe non si sentono e la testa è impegnata a mantenere l’andatura, mi sento bene, vorrei aumentare ma è ancora presto, la testa me lo vieta. Ok, ecco la salita del Paolo Rosi poi subito la discesa che porta all’Auditorium entro nel villaggio olimpico, mi sento chiamare, qualcuno che mi conosce, mi giro ma non capisco chi sia, ma non importa mi fa piacere, mi tira su, prendo anche questo rifornimento, mi sento bene. Dopo il 15° chilometro, ho un po’ aumentato l’andatura, ma rientrava nella tattica della gara, la stessa che prevede che da questo momento in poi, dal 30° in poi, dobbiamo aumentare un po’; eseguiamo alla lettera, ci mettiamo 5/10 secondi più veloci, vediamo la reazione. Ottimo, stiamo bene, andiamo così. Forza arrivano le strade più belle della maratona, il centro di Roma, non dobbiamo mollare, non possiamo mollare, non vogliamo mollare. Ancora Lungotevere, Ara Pacis, Piazza Navona, che meraviglia!!! Vai così, andiamo benissimo mi dice Giovanni, lo sò, sono concentrato ma quanto sono importanti quelle parole in quel momento. La testa c’è, e le gambe??? Pure. Fino ad ora non mi avevano preoccupato, ed invece eccolo il doloretto, sto attento al sanpietrino, faccio attenzione al tombino, ecco, adesso mi arriva il crampo. No, quest’anno sono determinato!!! Non sento niente, non voglio cedere al primo dolore. La testa c’è ma anche le gambe ci sono e mi dicono che sono un po’ pesanti, e questo doloretto è lì in attesa. Allora l’esperienza, la testa che fa la differenza interviene e decido che da adesso in poi amministro, oramai sono a via del Corso, sto andando bene, sono regolare, non voglio fallire, però non è finita, la testa mi dice di gestirmi. Va bene così, non cederò, mi gestisco fino al 40° tanto mancano solo 2 chilometri. Solo 2 chilometri??? Quanto sono lunghi, e i sanpietrini non ce li metti??? Dai, stringo i denti non guardo l’orologio ma sento che sto perdendo un po’, ok, va bene così l’importante è non fermarsi, ormai ci sono ho passato anche Piazza di Spagna, in fondo vedo il rifornimento del 40°. Dai , forza, ci sono. Che faccio??? Ho deciso, questo rifornimento lo salto, non mi fermo, però una mano accanto mi passa un bicchiere, è Giovanni -proprio un angelo custode- ma non bevo, però sembra brutto gettarlo, allora me lo verso in testa, ormai sono sotto il tunnel esco e giro su via Nazionale, a terra c’è una ragazza anzi no, è un uomo, però ci sono i soccorritori, cerco di non guardarlo per non farmi condizionare, ormai è fatta, raschio il fondo del barile, prendo le ultime forze per le gambe e la testa mi dice di andare, vai così, passo davanti la Banca d’Italia, voglio solo il traguardo. Ecco la discesa, la testa pensa per un attimo a quando la maratona arrivava da via san Gregorio passando per il Circo Massimo e non da piazza Venezia; allora penso, sono fortunato, le gambe vanno la crisi è durata solo 2 chilometri, lunghissimi, ma ormai è passata, vado vado, ci sono, sono concentrato, ecco il traguardo, guardo il tempo 3h, 45’,31”. Che soddisfazione, che gioia, che bella che sei mia cara, mia innamorata. Ti aspetto il prossimo anno, sarò un anno più vecchio ma anche più determinato.
 
Gerardo Serino

Rock & run 2016

14 febbraio 2016

 

Giunti prima delle 08,00 ad Ostia per piazzare il gazebo, io, Ugo Cannata, Sebastiano De Fusco e Tiziana Rinaldi, ci siamo beccati tutta la burrasca che ha fatto fin poco prima delle 10,00. Una sensazione poco simpatica quella di trovarsi con i vestiti bagnati, le scarpe come due barche piene d’acqua e doverti sorbire l’altra acqua. Il vento fortissimo e la pioggia che ha allagato lo spiazzo hanno reso particolarmente difficili le operazione di collocazione del gazebo. Però, accade anche questo. Eppure, tutti i siti meteo davano una leggera pioggerellina dopo le 10,00.

Gara la cui disputazione è stata prevista alle 10,00 del giorno 14 febbraio con qualsiasi condizione atmosferica e organizzata dal Centro “Libertas” e dalla “Run Race Management” che hanno saputo dare anche quest’anno, con l’edizione 2016, un punto di richiamo tra i più interessanti nel panorama capitolino, con una gara competitiva di 14 chilometri all’interno della Pineta di Castel Fusano, una camminata a passo costante e fitwalking (guidato da istruttori certificati “metodo Damilano”) di 7 chilometri (partita in coda ai podisti) e una camminata non competitiva di 3 chilometri.

La gara competitiva si articola praticamente su un percorso di sette chilometri da farsi  due volte

Vediamo il cronometraggio, affidato alla TDS, cosa ci ha regalato per i nostri colori. Innanzitutto, onore al primo classificato della gara, Gabriele de Nardo per le Fiamme Gialle, con il tempo di 46’27”. Tempi interessanti quelli che hanno fatto registrare i Nostri perché hanno confermato una certa costanza o un apprezzabile miglioramento dei tempi: Giorgio Tempio, Ennio Radicetta, Khalil Hussein, Takheiro Matsuda, Massimo Pelino, Mario Labricciosa, Stefano Di Mambro, Marco Taffoni, Gianfranco Pirina, Marina Pellegrini, Valerio Basili, Monica Mullo Tandalla, Marco Santagati, Tiziana Rinaldi, Ugo Marchinni, Anita Pititto. Alessandro Fabiani e Emanuela Borruso hanno optato per la 7 chilometri.

 

La Corsa di San Martino

 Controguerra – Teramo

 08 novembre 2015

 Quella a cui ha partecipato Anita Pitito domenica scorsa non era una gara, era un vero e proprio contesto per attentare alla sana e longilinea costituzione del podista e solo una come lei, con la sua longilineità, è capace di affrontare simili sfide senza risentirne. Io non ce la farei. Questo celiare non è lontano dalla rappresentazione della realtà, quella di Controguerra non è stata solo una gara o un’ occasione di festa ma un bel fine settimana in un contesto gradevole, originale e ben organizzato, come ci sottolinea Anita.

 La corsa di San Martino è nata con la prima edizione nel 1997 a Nereto, un comune della Val Vibrata in provincia di Teramo in occasione delle festività del santo patrono, ovviamente San Martino, a cui parteciparono una trentina di concorrenti. Adesso la manifestazione ha un suo rilievo internazionale. Dal 2003 la corsa venne spostata nel comune di Controguerra e vennero coinvolte associazioni e istituzioni.

 Oltre alla gara competitiva di 15 chilometri, nel 2011 venne realizzata anche una non-competitiva di 5 chilometri, la “Magnalonga run”, aperta a tutti che si snoda tra natura e punti di ristoro. Sì, perché lungo il breve percorso ci sono ben cinque punti di ristoro, per la descrizione dei quali più che affidarmi alla programmazione diffusa dall’organizzazione mi affido sempre alla descrizione della nostra carissima associata: “rispettivamente porchetta e affettati misti, bruschette, farro agli asparagi, fagioli con cotiche, trippa, pasta party, caldarroste” il tutto con “acqua e vino novello di cantine diverse ad ogni ristoro”.

 Per l’occasione è stato creato un pacchetto turistico, il “Weekend sport 2015”, che prevedeva il sabato visite a cantine e frantoi, con degustazioni di preparati e vini nonché olio e successivamente gita ad Atri. Dopocena e festa danzante con degustazioni.

 Merico Cavallaro

 

ALBARACE 2015

 Si è svolta mercoledì 3 giugno la sesta edizione di Albarace, la gara di 6,6 chilometri unica nel suo genere visto l’orario di partenza, le 5.30 del mattino, e il luogo di arrivo, lo Stadio Olimpico.
Alla gara, ideata e organizzata dalla Maratona di Roma, hanno partecipato in 1800: il numero massimo consentito dagli organizzatori che hanno ricevuto oltre 4000 richieste di pettorale.
Il percorso di Albarace è stato affascinante: partenza all’esterno dello Stadio dei Marmi, passaggio sul Ponte della Musica, transito nell’intera area del Parco museale del Foro Italico, passaggio intermedio dentro lo Stadio dei Marmi e arrivo emozionante dentro lo Stadio Olimpico passando nel famoso tunnel “Maratona” dei Campionati del Mondo di atletica leggera del 1987.
A vincere la gara non competitiva sono stati Robin Trapletti e Eleonora Bazzoni.

 

 

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